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CARCERE

L'esperienza dell'Associazione Saman in merito all'accoglienza di utenti tossicodipendenti in regime di arresti domiciliari.

I primi detenuti erano già presenti nel 1984, anno in cui si precisò e si stabilizzò l'intervento di Saman come comunità terapeutica e in cui si delineò una prima ipotesi operativa nei confronti di questa particolare utenza che non solo necessita di un approccio diversificato in ordine a problemi ed organizzazione interna ma che investe direttamente il significato che si vuole e si deve dare all'intervento terapeutico.

Il lavoro con i detenuti, in una prima fase, inizia all'interno della struttura carceraria stessa mediante una serie di colloqui volti non tanto ad approfondire la reale motivazione al cambiamento (non si può prescindere dal contesto in cui il ragazzo tossicodipendente sin trova), ma a permetterci di capire quanto il nostro programma possa essere adeguato ed anche poi condiviso dal ragazzo stesso.

L'esperienza fino ad ora maturata nelle nostre sedi non ha evidenziato differenze significative tra utenti detenuti e non in relazione alle modalità comportamentali e relazionali, che sono abbastanza simili e, comunque, legate alle storie personali.

L'elemento di differenza più evidente è rappresentato dalla maggiore entità e persistenza di tali modalità.
Nello specifico emerge quanto segue:

a) sul piano operativo (attività ergoterapiche) si evidenzia la tendenza immediata all'adesione e al rispetto dei ritmi e delle regole comunitarie, sebbene a tale adesione non corrisponda un altrettanto immediato processo d'interiorizzazione degli stessi (accettazione passiva delle regole);

b) sul piano interpersonale si evidenzia la tendenza ad instaurare rapporti rispettosi ma caratterizzati da atteggiamenti di diffidenza, pregiudizi, omertà, scarso coinvolgimento emotivo. Espressioni queste di modalità difensive preesistenti che l'esperienza delinquenziale prima e carceraria poi hanno contribuito a rafforzare.

In questi casi l'approccio ed il lavoro psicoterapeutico richiedono tempi più rallentati e modalità inizialmente meno intrusive, volte ad "accompagnare" l'utente nel suo percorso in comunità e nella sperimentazione ed acquisizione di modi comportamentali più funzionali.

Il contesto comunitario si propone, quindi, come una struttura utile e funzionale ad evidenziare bisogni e difficoltà della persona, permettendole di sperimentare se stessa in una situazione protetta, in positivo attraverso il contatto e l'interrelazione con gli altri, in negativo attraverso la messa in atto delle sue stesse difficoltà. Dipende, anche, dalla determinazione con cui l'utente lavora ed è aiutato a lavorare, da questo processo lento di chiarificazione e di messa a fuoco della sua storia passato e dei suoi progetti futuri, la possibilità di prendere (riprendere) in mano il filo della propria vita.

Quanto sopra esposto pensiamo possa rafforzare la convinzione dell'utilità di contesti alternativi a quello carcerario, come peraltro confermano le recenti linee legislative, senza doverci dilungare in altre analisi sociologiche o psicologiche a Voi sicuramente note e familiari.

Riteniamo siano indispensabili alcune precisazioni.

La prima è in relazione al numero di utenti detenuti per sede e riflette un dato programmatico e, soprattutto, esperienziale che da sempre ha connotato le nostre decisioni in merito all'accoglienza di tale categoria di utenza, cioè che il numero di detenuti all'interno di una comunità rispecchi, in linea di massima, una proporzione numerica di 1 ogni 8 utenti liberi. La diminuzione delle nostre sedi convenzionate, dovuta a problemi di ordine pratico e burocratico e non ad una nostra scelta di indirizzo, tende ad imporci una variazione nella proporzione sopra esposta per poter far fronte alle domande di accoglienza di utenti detenuti; riteniamo, però, che una proporzione diversa e maggiorata possa rivelarsi poco adeguata e funzionale sia per la correttezza della vita quotidiana della comunità, sia per l'equilibrio del rapporto educativo e terapeutico per l'utente stesso.

La seconda è in relazione alla tipologia delle sedi, infatti, allo stato attuale tutte le nostre strutture convenzionate con il Ministero sono preposte ad "attività di tipo A" ( attività residenziali di prima accoglienza), e tale situazione, se può rispondere alle necessità di taluni, limita fortemente la possibilità di scelta e l'operatività rispetto alle esigenze di altri.

Questi motivi, ed altri in subordine, ci hanno portato a chiedere l'allargamento del numero di sedi convenzionate con il Ministero di Grazia e Giustizia per permettere la diversificazione dell'intervento, modulandolo in relazione alle diverse esigenze delle persone; in particolare, in quest'ottica la richiesta di convenzionamento per strutture preposte ad "attività di tipo B" (strutture ove si attuano formazione professionale ed inserimento lavorativo) appare, dal nostro punto di vista, obbligata e necessaria. Riguardo al nodo centrale della riformulazione del proprio vissuto e, soprattutto, della capacità di imparare a progettare il futuro in modo realistico e realizzabile, si evince da altri dati in nostro possesso che la percentuale di esiti positivi di utenti detenuti, che durante lo svolgersi del proprio programma hanno potuto godere di altre misure alternative, quale l'affidamento, e quindi trasferirsi in sedi "di tipo B" ed avvalersi di occasioni di formazione o lavoro, è in linea di massima paragonabile a quella relativa ad utenti liberi. In conclusione questo dato ci porta a riflettere come da una parte il protrarsi eccessivo dell'esperienza in sedi di "tipo A" possa risultare per alcuni sia frustrante rispetto alla propria neoacquisita progettualità sia sclerotizzante rispetto ad una realtà protetta che alla lunga può diventare poco propositiva o, al limite, controproducente, e come d'altra parte, invece, l'evolversi del programma in modo equilibrato e credibile possa fungere da volano per la determinazione e la convinzione dell'utente ed, in definitiva, per la positiva conclusione del programma stesso.

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